Altrove / Elsewhere

LOCANDINA-elsewhere.small.jpg
ELSEWHERE
wish I were here

Model and Coauthor Tomo Sone

“ELSEWHERE – wish I were here” è un progetto fotografico nato in collaborazione con Tomo Sone, ballerina e coreografa giapponese. ELSEWHERE parla delle relazioni virtuali, di come, distratti dalla potenzialità di comunicare a distanza che la tecnologia ci concede, a volte dimentichiamo di mettere a fuoco ciò che abbiamo dentro o di fronte a noi. Attratti dai led luminosi di uno schermo, talvolta sforzandoci di sembrare altro da ciò che realmente siamo, rischiamo di trascurare la nostra anima, la nostra vera essenza, di perderla di vista.
L’uso dei tempi lunghi per fotografare l’assenza di rapporto col proprio sé vuole mettere in luce l’appartenenza dell’anima al nostro essere, che è lì a cercarci anche quando ce ne distacchiamo. Basta che la mente se ne occupi per riuscire ad essere di nuovo un tutt’uno, così come è possibile intravederla abbandonata e staccata dal corpo nella stessa fotografia.
Come l’anima, anche ciò che è fuori di noi, a due passi, se non messo a fuoco scompare. La bellezza del mare o la luce del cielo stellato vengono oscurate dai led di un cellulare.

_

 

Where are we when virtuality take the place of reality? Digital connections can make us differ from what we really are. Virtual relationships often reduce to a way for testing ourselves and a device becomes a tool we use for cheating ourselves when we struggle to build a fake self. We possibly forget our soul when we are too focused on the icons of others. Distracted by the light of a screen we can lose sight of the beauty around and inside us.

 

Hi love, my darling… How r u doing?
How was ur day? Is everything being okay?
How I miss u my dear! I wish u were here…

Ur the sun in my living, ur the one I was seeking.
U did fill an empty hole inside of me and over my wall.
U’ve got always the right words when I bring home all my loads.

I prefer to look for ur voice instead of the outside life noise.
In ur eyes I can lose myself, into you I dive and delve.
I’m exactly like u, the same, I could call myself by ur name.

We’re definitely two of a kind, finally home in each other’s mind.
When we meet again online everything is gonna be fine.
With u in chat, on cam, by phone, never felt like I’m alone.

Nobody really could feel how it feels, it’s like I can breath with ur gills.
No matter if I m fine or sick, I could also escape my physique.
Neither my soul has importance to me, and u is all I’m longing to be.

Me? Myself? I? It’s so long since I said me goodbye.
My presence is far with my love, 1000 miles away and above.
Many times I miss myself on my own, then I just turn a new device on.

 

Advertisements

Scogli degli Dei / Gods’ Cliffs

small.MyriadSCOGLI.bordi

SCOGLI DEGLI DEI
sulla cresta dell’ombra

Ogni giorno il sole scende davanti agli scogli della Costa degli Dei. Le rocce, splendenti al mattino, disegnano poi la propria sagoma scura controluce. Chi vi passa si ritrova dinanzi a queste silhouette di pietra, epiche nel loro resistere al tempo, mitologiche nell’imponenza delle divine espressioni, impassibili all’uomo. Ma se d’improvviso spunta sul crinale una figura umana, tesa sulla cresta dell’ombra, gli scogli sembrano assumere di colpo un’intensa carica emotiva: uomo e pietra si fondono in un’unica forma, solida e viva. Si scambiano forza e sicurezza. Si parlano forse, nel silenzio del tramonto, quando cielo e mare si confondono nella luce opposta.
In questo spettacolo naturale la persona sembra liberarsi di ogni sforzo. Immersa nella natura, torna a farne parte. Si muove sullo scoglio con atavica spontaneità nei brevi istanti fissati in istantanee dal contrasto assoluto. Bianco-nero, luce-ombra, cielo-terra, mare-roccia, bene-male: di fronte ai dualismi primordiali, ogni questione umana appare infima. Nella luce del tramonto, nella voce del mare, nella pace della pietra si sciolgono i nodi annidati tra i capelli o sottopelle. Qui gli uomini tornano piccoli. In tale consapevolezza sembrano crescere e, tornando, diventare grandi. Si portano dietro le antiche verità della pietra, l’eredità della natura, come fossero figli dei giganti di pietra. Uomini degli scogli. E gli scogli, solennemente, Scogli degli Dei.

GODS’ CLIFFS
on the crest of the shade

Everyday the sun goes down in front of the cliffs of the Gods’ Coast. The rocks bright in the morning, then draw their dark shape against the light. Who passes by there faces these stone silhouettes, epic in their resisting to time, mythological in the majesty of their divine look, impassive to man. But if suddenly a human figure appears over the ridge, stretched out on crest of the shade, at once cliffs seem to assume an intense emotional charge: man and stone fuse together in a one solid and living mold. They share energy and confidence. They talk maybe, in the silence of sunset when sky and sea mix up in the facing light.
In such a spectacular nature performance the person seems to release all strains. Immersed into nature, it becomes part of it again. It moves over the cliffs with an ancestral spontaneity throughout the short instants fixed on absolute-contrast shots. White-black, light-shade, sky-land, sea-rocks, good-evil: compared to such primordial dualisms every human matter looks worthless. In the sunset light, in the voice of the sea, in the peace of stones all tangles can be sorted out in midst of hair or under the skin. There men turn small and young again. Increasing this awareness, they look grownup when they come back. They carry ancient truths from the rocks, the nature heritage, as they were sons of the stone giants. Men of cliffs. And the cliffs, in their solemnity, Gods’ Cliffs.

This slideshow requires JavaScript.

2012-2018 © Giancarlo Colloca

 

BuchiNeri / BlackHoles

[ passo.
e nel mio passare, passo per momenti in cui la sagoma del passante, l’altro, si scaglia dritta contro la coda dell’occhio, il mio. l’ombra dell’ignaro diventa un nero nucleo gravitazionale che inesorabilmente attira a sé le mie orbite oculari e in pochi istanti tutto me stesso. tutto fino all’obiettivo che mi porto dietro e che nel suo frapporsi eroico tra la mia e la faccia buia dell’altro, riesce a interrompere la mia deriva inerme verso l’ignoto tizio profondo.
la presenza controluce di un altro mi prende sempre in controtempo, mi smarrisce dalla mia strada per orientarmi ai suoi passi, alle luci verso cui cammina e all’ombra propria, esposta senza riserbo e senza contezza. senza riguardo continua il suo percorso, gli basta un passo per uscire dal mio campo visivo. un batter d’occhio e scompare oltre l’orizzonte degli eventi, assorbito dal buio.
eccolo. passa. ]

[ I pass by.
and in my passing I pass by moments in which the silhouette of the one who is passing by, the other one, pounces directly on the corner of the eye, the one of mine. the unaware shade turns into a gravitational black hole which inexorably attracts my eye orbits and all of me in a while. all up to the lens I hold back which heroically interposes between my face and the other’s dark side, getting to stop my unarmed drift toward to the wild guy yonder.
the presence of a backlit one hits me with a backbeat, misplaces my pathway for orienting me to one’s steps, to the light he heads to and to his own shade, that is exposed with no tact nor cognition. with no regard he carries on his way, a step is enough for exiting from my visual field. a blink and he disappears beyond the event horizon, absorbed by the darkness.
that is. he passes by. ]

 

2013-2016  © Giancarlo Colloca

L’ombra di Wetiko

Camminavo. E ho visto luce sul volto di chi incontravo, e ho visto ombre nei loro sguardi. Ho intravisto il loro soffrire.
Ho guardato alle persone e ai loro sentimenti. Ho osservato i loro passi, veloci o lenti, la loro pelle segnata o coperta di ciò che hanno conosciuto. Ho sospeso il loro e il mio tempo per attimi sparsi. Nell’ombra della quotidianità ho visto celarsi l’avidità dei nostri demoni interiori. La faccia della paura affiorare violenta su volti di umani che hanno imparato a diffidare dei propri simili.

Tra noi e sopra di noi vivono persone che, per i propri scopi e profitti, si nutrono delle forze vitali altrui. Componiamo una società abbandonata alla forza travolgente del consumo, schiava della pretesa di soddisfare egoisticamente ogni infimo desiderio. Siamo continuamente indotti alla brama di possesso e di potere, indifferenti al malessere collettivo, inconsapevoli di quello più intimamente nostro.

È un morbo dell’anima quello che tende ad appropriarsi di beni ed energie in maniera eccessiva, a danno di altri esseri, umani e non. Lo è nella cultura indios, dove Wetiko ne è la mostruosa personificazione. Wetiko è la psicosi che si nutre dell’anima di chi ne è affetto, il quale Wetiko diventa. È uno spirito malvagio che tende a terrorizzare gli altri fino ad appropriarsene e a nutrirsene fisicamente.
Il “mostro cannibale” del mito può sembrare una caricatura pedagogica d’altri tempi, ma tutt’altro che fantastico si svela se mettiamo a fuoco le tendenze sociali e politiche del XXI secolo. Wetiko è il nome dato a questa “malattia” dagli amerindi (vittime di secoli di stermini ancora tenuti nell’ombra dalla storia – scritta dai predatori), ma se guardiamo oltre le civiltà native americane: Quanti “caporali” spremono la forza lavoro di altri umani? Quanti spolpano le risorse naturali del pianeta senza permetterne il rinnovamento? Quante guerre vengono alimentate col sangue di civili impotenti per la fame di potere di pochi tiranni? E poi il ricorso al terrore, mezzo di controllo sulle masse, non è che l’ultimo dei tanti sintomi del contagio epidemico e inconsapevole di questa “malattia della disumanità” che Jack Forbes chiamò egofrenia maligna, o wetiko (J. D. Forbes, “Columbus and other Cannibals”, 1992).

This slideshow requires JavaScript.

L’ombra di Wetiko è una serie di fotografie di strada scattate nella spontanea immediatezza del riconoscersi con l’inquietudine di passanti sconosciuti. Comprenderla è la necessità che ha spinto il fotografo a fermarla in istantanee, comprendersi è l’obiettivo della sua speculazione.
Dall’oscurità può emergere chiaro uno sguardo, un gesto, uno scenario drammatico. Dal disagio dell’altro spunta luminosa l’esigenza di trovarsi umani, ritrovarsi autentici, offrirsi simili.

2013-2015  © Giancarlo Colloca

HIKIKOMORI

 

No-one teaches you how to uncover your true self.
And, if by chance, you become interested in it, no-one will bear with you.

This slideshow requires JavaScript.

We are born into societies that give out rules, century-old trends, as well as top-down brainwashing. For some of us, social issues ultimately turn into threats, callous threats to our very survival. Hermits bravely take refuge in the laws of nature, in their god, or more simply, in their individual philosophy of life. Perhaps they have grown tired of interacting with humankind, for, more often than not, it shows itself all but compassionate towards the weak and misfits.
The urban scene of the twenty-first century is in need of nature, of its teachings. Furthermore, the only material space in which some individuals can express their true selves, is within four narrow, tightly-packed walls. The Hikikomori phenomenon, those who retire from society to pursue a life of reclusion in which technology being their essential friend, is deemed an illness with varying degrees of pathological severity.

Hikikomori by Giancarlo Colloca sheds light on the beauty concealed by the shadow of those who have decided to forsake society and maybe themselves too. The photo investigation does not seek to tease out the causes underlying the phenomenon, but rather to bring into focus its shared, day-to-day features. It proceeds from the outward namely from what they decide to renounce thenceforth, casting oneself indoors, deep down, to the very core of the slightest emotions.
Each and every snapshot seeks to highlight the very root of social discomfort, as well as the tenderness of the solitary shelter, a microcosm where detail, nuance, simplicity become relevant. Hikikomori represents an aesthetic effort aimed at disclosing, empathically understanding and appreciating what choosing to isolate oneself might mean.

Tenderness and contrasts such as harmony and distress, Yin and Yang continue to move into a suspended time. Each snapshot portrays the absence of effort, of breaking down, of collapse: fringe ideas in the era of willpower, winners, wielding power, its toll. Perhaps the crucial step taken by those who depart from their kind, consists in the longing to seize back their own time, to appreciate the wonder of simple things,  the wonder of silence.
How fragile we might find ourselves, overnight. Behind the strong beliefs of the individual, if not of an entire community, perhaps emotional roots lie hidden. We stockpile stress and expectations, until, one day, some trivial shock blows our world up, leaving us entrapped by our darkest, our deepest-seated fears.

The very title of the snapshot project, Hikikomori, draws its name from Japanese culture, homeland of this phenomenon and from where the photographer’s style draws inspiration. Each haiku placed at the side of each snapshot stands as a homage to the tradition: feelings of solitude, mystery, intensity, as well as the awareness of things, the world, time, beauty of simplicity and frailty are at the core of this verse. If the verses highlight these notions, the snapshots embody them.

2011-2015  © Giancarlo Colloca

WAKES – remains of criss-crossing lives

0.locandina13eng

WAKES – remains of crisscrossing lives is a photo project that showcases human motion.

Stories of lives that shoot quickly in front of the photographer’s eye. A single printed image can alone trigger off an understanding of a person’s past and future alike.
The split second snap is nothing less than the essence of the lifeline the subject is tracing as they glide along through time and space.
Countless are the lifelines that intersect each other’s paths, overlap and progress together, only to separate and go their separate ways again.

Day-to-day encounters with each other’s wakes firmly embed our lives: bright, lasting hues will wear in as deeply as another’s dark furrows; some pass by delicate as a caress, others will be fast forgotten, or one may not even have taken the slightest notice of them.
Perhaps without our being fully aware, wakes have already upset our lives.

Exchanging glances with passersby may prove much more meaningful than one would ever think. Observing other people in motion, journeying, breaking, meditating, can be a starting point, leading to self-awareness and self-discovery. Ultimately they prompt new pathways and avenues, leading towards a renewed life. Renewed life is exactly what the photographs you will come across at the exhibition demand of you.

The photographer is but the far end an umpteenth colored strip. As he passes on, he occasionally stops off to look closely at yet another strip, bringing it into full focus. You are intersecting his train of thought, and, passing through his pathways of light, you will meet the wake of his conception. You can focus on every portrait, and interpret it anew.
Can you foresee their very next move? Or backtrack their previous one?

Visitors get invitation to endow each photo with yet another, their own story, that Wakes might cross their wake too.

DSC_0998.s50
http://www.facebook.com/crisscrossingwakes

This slideshow requires JavaScript.

2012-2014  © Giancarlo Colloca

SCIE – residui di vite incrociate

0.Locandina

SCIE – residui di vite incrociate è un progetto fotografico che racconta il moto dell’essere umano.

Storie di vite che passano veloci e incontrano lo sguardo del fotografo.
Intorno al solo istante impresso su carta, nasce l’interpretazione del passato di una persona o del suo futuro. Il puntino temporale dell’istante dello scatto è estratto dalla linea della vita che il soggetto sta disegnando lungo il mondo, coi suoi dinamismi e i suoi sentimenti. Quante linee che si incrociano, si sovrappongono, si muovono insieme, si allontanano.

Gli incontri quotidiani con le scie altrui lasciano tracce sulle nostre esistenze. Di qualcuno ci rimarranno accesi colori indelebili, o profondi solchi scuri; qualcuno passa come una delicata carezza, altri li dimentichiamo, o non li abbiamo mai nemmeno notati.
Forse senza essercene accorti, qualcuno di essi ci ha già sconvolto la vita.

Incrociare lo sguardo di uno sconosciuto passante può così diventare più significante di quanto avremmo immaginato. Fermarsi a osservare il movimento, il viaggio, la sosta, la riflessione di altri esseri umani, diventa spunto per ri-conoscere noi stessi, punto di partenza verso altri percorsi, in altre direzioni, verso vita nuova.
Nuova vita ti chiedono le fotografie che incrocerai nell’installazione.

Il fotografo stesso non è che l’estremità di un’ennesima striscia colorata. Nel suo passare, ogni tanto si ferma a guardarne un’altra, a sfiorarla per metterla a fuoco.
Stai già incrociando il suo pensiero, ora. Passando per i suoi percorsi di luce, incontrerai la scia della sua idea.
Puoi focalizzare e reinterpretare ogni umano ritratto. Tu riesci a vederne il prossimo passo? O quello prima?

Il visitatore è invitato a dare una propria storia ad ogni foto, per lasciare che Scie incroci anche la sua scia.

CONTEST.s37http://www.facebook.com/scieincrociate

This slideshow requires JavaScript.


2012-2014  © Giancarlo Colloca